Pippo Baudo

Conduttore televisivo, ha lavorato con Elio Pandolfi nello spettacolo Scanzonatissimo ’65. Mi ha ricevuto nel suo studio mercoledì 14 giugno 2017.

Come si è aggregato al cast di Scanzonatissimo ’65?

Avevo cominciato a lavorare con Dino Verde, che era l’autore di Scanzonatissimo insieme a Bruno Broccoli. Avevo già fatto qualcosa in televisione e avevo fatto il “negro” di Verde. Mi chiamarono ed eravamo sei: i tre della ditta Noschese-Steni-Pandolfi, poi c’era Gisella Sofio, bravissima, io, Marisa Traversi e Anna Maria Surdo, l’attuale moglie di Nico Fidenco. Lo spettacolo era partito per durare poco, l’avevamo provato in un teatrino sulla Salaria. Il successo è stato invece enorme; abbiamo fatto due edizioni girando tutta Italia. La gente non usciva da teatro! Abbiamo assistito a delle cose pazzesche. Al Politeama di Trieste la fila fuori dal teatro era di un km. Poi c’erano quei furboni di Dino Verde e Bruno Broccoli che ci portavano dei pezzi che adattavano alla città che ci ospitava. E questo ovviamente aumentava l’impatto col pubblico. Poi si aggiornavano sempre: quando ci fu il trionfo di Sean Connery con 007 Dino Verde mi portò subito un pezzo su di lui. Quando siamo usciti dal Sistina io, che facevo Connery, e le due ragazze è crollato il teatro. In un altro quadro Alighiero faceva Franco Franchi ed io Ciccio Ingrassia. Il nostro pezzo doveva durare 5 minuti ma arrivavamo anche a 25 per via delle risate e degli applausi e questo faceva arrabbiare la Steni che veniva dopo di noi. Il più pacifico invece era Elio, io non ho mai visto un attore buono, spiritoso e capace come lui. Perché Elio poteva tutto. Lui era comico, cantante… con la Steni facevano i personaggi dei siculissimi, avevano un divertente dialogo, facevamo morire dal ridere.

Com’era strutturato lo spettacolo?

Erano una serie di quadri di cui qualcuno presentato da me. Eravamo pochi ma eravamo tanti perché Alighiero faceva coppia con me, poi io con Gisella Sofio, poi la coppia Steni-Pandolfi che da sola poteva fare tutto lo spettacolo. Praticamente era uno spettacolo fatto da pochi che sembravano tanti. Abbiamo fatto repliche pomeridiane mai previste prima di allora. Successivamente siamo stati al Parioli, c’era Franco Riva con il suo gruppo musicale. Ci fu in quel periodo una grossa nevicata a Roma, io abitavo a Monte Mario così come Riva: siamo andati fino ai Parioli a piedi calpestando la neve molto alta. Il teatro era pieno anche quella sera.

Com’era Elio sul palco? Ricorda qualche aneddoto?

Io avevo un difetto: quando improvvisavamo ridevo in scena, mi scappava da ridere. Questo mandava in bestia Elio, che invece era serissimo, pur essendo scanzonato; diceva: “L’attore non ride mai delle proprie battute! Devi essere serio”. Mi riprendeva. Era un’allegra compagnia. Elio era molto serio e composto. C’era la lotta al primo camerino, il primo attore voleva il camerino più vicino al palcoscenico. C’era una lotta spasmodica tra Antonella Steni e Alighiero Noschese a chi si aggiudicava il camerino. Allora solitamente la Steni andava il giorno prima e metteva una stella di carta stagnola occupando il primo camerino. La cosa faceva arrabbiare Alighiero, che ci teneva. Elio, per dimostrare la sua diversità, si metteva invece in piccionaia, perché per lui il valore dell’attore si misurava sul palco, non dal camerino che aveva. Al Parioli aveva l’ultimo camerino, dopo una rampa di scale. Secondo me Elio era troppo moderno, stava troppo avanti rispetto a tutti noi. Aveva un senso dell’autocritica e una doppia chiave di lettura, la prima, apparente, ironica, la seconda più introspettiva. Era molto avanti, moderno.

Secondo lei poteva essere adoperato maggiormente il talento artistico di Pandolfi?

Assolutamente sì. È stato fatto un torto a Elio; poteva fare benissimo tanto cinema, poteva fare anche spettacoli più grandi. Una volta fu chiamato in compagnia con Carlo Dapporto per la commedia musicale Carlo non farlo! di Garinei e Giovannini. Lui aveva un ruolo di caratterista e Dapporto era invece un comico vecchio stile, di quelli che voglio esser gli unici a far ridere. Quando arrivò Elio che faceva ridere quanto Carlo ed era un po’ la sorpresa della serata, Dapporto cominciò a non sopportarlo. Sulla scena Elio gli ha dato filo da torcere e spesso lo superava. Elio non ha mai frequentato molto gli ambienti mondani e non ha mai fatto le auto-pubbliche relazioni. Non le ha create, non le ha cercate; nella Roma di allora frequentare alcuni salotti era indispensabile.

Ad oggi c’è spazio in TV per personaggi come Pandolfi che hanno fatto la storia dello spettacolo italiano?

Purtroppo è rimasta anche poca roba di repertorio. Con la troupe di Scanzonatissimo abbiamo registrato Za bum, che era uno spettacolo con la regia di Mattoli. Purtroppo l’hanno cancellato. Queste cose che ha fatto Elio, per un imperdonabile errore della dirigenza televisiva, non esistono più. Allora c’era l’Ampex che era molto costoso e le registrazioni non andavano nelle teche come si fa oggi, bensì ci si riscriveva sopra. I dirigenti di allora non avevano il senso della storia. Quando nacque la televisione, la radio la snobbò completamente.

Ha mai assistito a spettacoli di operetta con Pandolfi protagonista?

Certo! Durante il Festival dell’Operetta mi trasferivo una settimana a Trieste. Lui è stato spessissimo protagonista di bei lavori lì. Anche quando aveva dei piccoli ruoli, con lui diventavano grandissimi ruoli perché aveva una capacità pazzesca, un garbo, una dizione perfetta, cantava bene. Allora il Festival dell’Operetta non badava a spese. Veniva gente da tutta Italia per l’operetta, era un evento che durava parecchio tempo. C’era l’orchestra dal vivo mentre oggi si fa tutto con le basi. Alvaro Alvisi ebbe l’idea di rimodernare l’operetta e dopo di lui continuò Sandro Massimini. Ne La vedova allegra Elio faceva un personaggio pazzesco, c’era un cast incredibile, dove primeggiava Raina Kabaivanska.

Inoltre, al di fuori dell’operetta, era specializzato nel fare una suora. Visconti lo chiamava quando faceva delle feste ed Elio andava vestito con l’abito religioso. Luchino lo presentava come una suora vera e tutti ci credevano! Lui poteva fare tutto.

 

Aurora Cancian

Attrice e doppiatrice, ha lavorato con Elio Pandolfi numerose volte in sala di doppiaggio. Mi ha ricevuto a casa sua domenica 28 maggio 2017.

Con Elio vi siete incontrati solo in sala di doppiaggio?

Elio lo conosco dagli anni Cinquanta, non personalmente ma dalla radio, perché in casa si ascoltava la radio al tinello, dove io dormivo; io da bambina non avevo il televisore. Mi ricordo le Olimpiadi del ’60, si guardavano al bar. Ascoltavo a sei anni Madama Butterfly. Mi ricordo la trasmissione Rosso e nero, con Corrado e la Compagnia del Teatro Comico di cui Elio faceva parte.

Com’è avvenuto il suo approdo al doppiaggio e cosa ricorda dei lavori con Elio?

Dopo anni di prosa, tra cui Santa Giovanna dei Macelli di Brecht e la regia di Strehler in cui ero una dei diseredati, un’esperienza meravigliosa con un regista di una bravura che mai più ho ritrovato nella mia carriera, feci uno spettacolo con Ludovica Modugno e Oreste Lizzini, molto attivi nel doppiaggio. In quell’occasione alcuni loro colleghi notarono la mia voce. Fu così che cominciai col doppiaggio. Con Elio abbiamo ridoppiato sei film della coppia Ginger Rogers e Fred Astaire, tra cui I Barkleys di Broadway; io doppiavo la Rogers, Dante Biagioni Astaire ed Elio un personaggio che suonava il pianoforte, era bravissimo. Il ri-doppiaggio era stato voluto dalla Rai.

Com’era stare in sala di doppiaggio con Elio?

Bello, anche perché un tempo si stava fisicamente nella stessa sala, ora funziona che si recita da soli ed è molto meno bello. Era molto serio durante il lavoro, solo in pausa ci si svagava. In quell’occasione ho avuto modo di frequentare di più Elio; mi raccontava della passione per la lirica e ricordo che mi aveva fatto delle cassette delle cantanti liriche più famose. Quando fece l’operetta La vedova allegra mi diede anche quella registrazione.

Come definirebbe il talento artistico di Elio?

Elio è il teatro a 360 gradi. L’ultima volta che ci siamo visti è stato alla presentazione del libro sul doppiaggio di Gerardo Di Cola; Elio fece uno show e noi non volevamo più tornare a casa! È pieno di aneddoti, ha vissuto un’epoca in cui gli attori passavano realmente del tempo assieme, il cosiddetto dopo-teatro. Ora non si usa più purtroppo. Elio è una persona piacevole, interessante, preparata, è una delizia godere della sua amicizia. A volte capita di incontrare attori che sulla scena sono grandi ma nella vita privata sono intrattabili. Elio è grande anche fuori dalla scena. La sua generosità passa attraverso il suo donarsi agli altri, il suo condividere i suoi racconti meravigliosi. Lui ti diverte, ma con gusto; oggi la comicità cade troppo spesso nella volgarità.

 

Maurizio Costanzo

Giornalista e conduttore televisivo, ha dedicato una serata d’onore a Elio Pandolfi nel 1990 al teatro Parioli di Roma. Intervista telefonica di venerdì 2 giugno 2017.

Come è avvenuta la conoscenza con Elio Pandolfi?

Al Maurizio Costanzo Show, negli anni Ottanta è stato ospite tre o quattro volte. Io ero molto ammirato perché l’avevo visto al Parioli fare con Antonella Steni uno spettacolo scritto da Dino Verde in cui lui era bravissimo. Poi è stato più volte ospite da me e io gli ho fatto fare le imitazioni come la gallina e il tram, perché la sua versatilità era clamorosa.

Elio Pandolfi mi ha riferito una sua frase che spesso gli ripete: “Di Pandolfi non ne nascono più”: come definirebbe il suo talento artistico?

Unico, perché io non ne ho conosciuti altri in grado di cantare, di fare le imitazioni, di recitare, è molto poliedrico. L’ho avuto ospite nelle mie trasmissioni fino a pochissimo tempo fa.

La serata d’onore che gli ha dedicato nel 1990 è un po’ la summa di tutti i suoi talenti. Come è nata quella serata?

La serata d’onore gliel’ho dedicata con vero piacere. Non ricordo se ero stato io o Rodolfo di Giammarco, che è un giornalista che collaborava con me in questa cosa delle serate d’onore.

Ha mai pensato di dedicargliene un’altra?

No, perché non ho più il Parioli!

Qual è il talento o il cavallo di battaglia che ama di più in Pandolfi?

Per me la sua versatilità è ciò che lo rende unico. Io non ho mai incontrato uno che fa imitazioni, recita, canta leggero e lirico. Tanti talenti insieme non li ho mai visti. Non c’è oggi un attore con quella versatilità, questo secondo me questo è il fattore che lo rende unico.

Crede che la televisione o il cinema avrebbe potuto dedicare più occasioni a Pandolfi?

Mah vede, la gente è distratta, poi in televisione cambiano gli autori, i dirigenti. Nel cinema non ne parliamo.

 

Valeria Fabrizi

Attrice, ha lavorato con Elio Pandolfi nella commedia musicale Carlo non farlo (1956) di Garinei e Giovannini. Intervista via mail del 12 giugno 2017.

Con Pandolfi ha recitato in Carlo, non farlo!, cosa ricorda di quell’esperienza?

Ci siamo molto divertiti. Eravamo una compagnia numerosa e in quell’occasione ho conosciuto Elio Pandolfi.

Nell’archivio video di Pandolfi sono presenti dei filmati del dietro le quinte dello spettacolo, in cui compare anche lei in scena. Ricorda quelle riprese e la passione di Pandolfi per i filmini e fotografie?

Si certo, eravamo felici di essere ripresi da Elio e lo faceva con passione e delicatezza e poi come dire di no ad Elio che sprizzava simpatia da tutti i pori.

Dopo quello spettacolo, vi siete più incontrati sulla scena o nella vita?

Sulla scena no, nella vita sì ed ogni volta è come se non fosse passato il tempo. Ogni tanto ci vediamo ancora.

Come definirebbe il talento artistico di Pandolfi?

Superlativo ed irripetibile, unico. Elio Pandolfi è la storia.

 

Carlo Giuffrè

Attore, frequentò l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico assieme a Elio Pandolfi e lavorarono entrambi nella Compagnia del Teatro Comico della Radio. Mi ha ricevuto a casa sua sabato 20 maggio 2017.

Quando ha conosciuto Elio Pandolfi?

Dobbiamo parlare di quel genio che è Elio Pandolfi! Ci conosciamo con Elio da tanto tempo, dall’Accademia Nazionale di Silvio D’Amico. Poi abbiamo lavorato assieme alla radio negli anni fine Quaranta – primi Cinquanta, quando ancora non c’era la televisione. Ci conosciamo da settant’anni, una vita intera. Io entrai in accademia nel ’47, con Gianrico Tedeschi, lui era entrato un anno prima di me. Dall’accademia sono usciti nomi come Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Rossella Falk, Bice Valori, che faceva le pernacchie!, Paolo Panelli. Durante i tre anni venivano a trovarci i più grandi attori di allora come Memo Benassi, Ruggero Ruggeri, Vittorio De Sica…con Elio ogni tanto ricordiamo quei bellissimi anni. Sebbene eravamo in classi diverse, per alcuni insegnamenti ci riunivamo tutti sotto la direzione di Costa e D’Amico.

Elio mi ha raccontato delle lezioni di mimica di Orazio Costa…

Sì! Orazio Costa ci diceva: “Fai l’albero” e noi facevamo tutto! Elio e Manfredi erano bravissimi.

Come definirebbe il talento e la personalità di Elio Pandolfi?

Elio è un grande amico, un attore delizioso. È acuto e ha una memoria pazzesca, tanto che io vado a casa sua e riguardiamo i film che magari io ho dimenticato. Lui ha tutti i miei film registrati! Quando eravamo giovani filmava tutto, le nostre vacanze, le nostre estati al mare. C’è un filmato anche con una meravigliosa Silvana Pampanini in costume. Ogni tanto veniva a casa mia a leggere e studiare. Ha un piglio tutto suo, è qualcosa di più di essere attore, ha dentro, nell’animo tutto quello che ha fatto e avrebbe voluto fare. È piacevolissimo stare con lui. È una persona da tenere sempre accanto, da non dimenticare mai, pieno di cuore, di intelligenza e di simpatia, ma soprattutto buona. L’altro giorno ero a casa sua e mi ha fatto vedere un mio film che non ricordavo più, Quando tramonta il sol del ’55 ed insieme ci siamo commossi.

 

Leo Gullotta

Attore, recitò con Elio Pandolfi nello spettacolo di cabaret Ke Kukkagna (1973). Intervista telefonica di martedì 23 maggio 2017.

Come vi siete conosciuti lei ed Elio Pandolfi?

Io ho conosciuto il meraviglioso Elio Pandolfi a Roma in uno spettacolo di cabaret del 1973, con vari personaggi, tra cui la famosa suora di Elio. Lo spettacolo era prodotto da Anna Mazzamauro. Io per la prima volta mi ero avvicinato dal teatro di prosa al teatro leggero. Non era come ora, c’era la capacità di raccontare attraverso personaggi immediati, erano delle vignette viventi. In questo Elio era eccezionale, come in tutto quello che fa. Io giovinetto mi sono avvicinato a questo tipo di spettacolo con una grande ammirazione ma fu per me anche una grande scuola.

Era lo spettacolo Ke kukkagna

Sì, con degli attori con la A maiuscola, non come quelli che troviamo spesso e volentieri oggi. Era uno spettacolo con questi personaggi che arrivavano, facevano il loro pezzo e il pubblico si divertiva tantissimo, con Elio era un divertimento unico: ha una meravigliosa capacità, pur avendo un carattere preciso e impegnato, ha il dono della leggerezza, che è un dono particolare, speciale.

Fu l’unico spettacolo fatto assieme?

Sì, purtroppo sì. Avrei voluto partecipare a moltissimi altri spettacoli con lui perché Elio Pandolfi è il punto di riferimento storico dello spettacolo italiano; è leggero ed elegante, un attore completo. Per attore completo intendo, e ce ne sono pochissimi in Italia, la conoscenza dei linguaggi dello spettacolo. Elio porta lo stendardo su tutto, dal dramma, all’opera e all’operetta, alla radio, al doppiaggio quindi all’uso della voce. E’ un attore meraviglioso, straordinario, dovrebbe essere il punto di riferimento per tutti i giovani attori. Un uomo acuto, intelligente, ironico e un meraviglioso narratore di aneddoti. Bisogna anche ricordare l’Elio Pandolfi e il varietà molto amato e popolare con Antonella Steni, varietà firmati da quella struttura cosi solida di autori di allora che sapevano fare al meglio il loro mestiere, come Terzoli, Vaime, Amurri, Verde, Amendola e Corbucci. Partecipò anche come attore con ruoli leggeri in parecchi film degli anni ’50 e ‘60 che erano poi le commedie italiane. Fu anche meraviglioso e unico interprete di un genere che molti giudicano inferiore come l’operetta. Invece non è così ed Elio è l’operetta; anche nell’opera spicca la sua bravura: sapendo usare la voce per cantare, riproduceva in determinate opere caratteri che soltanto lui sa fare.

Un connubio raro di tanti talenti…

Elio è leggero ma ha una grande disciplina come altri attori di quella scuola: la preparazione, lo studio, il talento straordinario, la simpatia, la voce. Questa è la chiave di tutto. Elio Pandolfi attore lo si deve amare. L’uomo lo si deve amare nel senso più affettuoso e amicale.

Pensa che sia stato adoperato poco per quello che invece poteva dare allo spettacolo italiano?

Siamo in Italia, non dimentichiamocelo, ma probabilmente dato il carattere di Elio, magari ha fatto scelte sue, per sentirsi più libero, più sereno. Non agganciato per forza a certi carri, anche da questo punto di vista, chapeau al signor Pandolfi.

Per concludere, Pandolfi è molto legato alla Sicilia. Siccome anche io sono siciliana, vorrei che mandasse un saluto a Elio nel nostro dialetto!

Elio, duci Elio, cu tuttu u cori ti fazzu l’auguri chiù beddi e colorati che un amico ti possa lasciare.

 

Raina Kabaivanska

Soprano, è stata Anna Glavari ne La vedova allegra (1985) di Mario Bolognini. Intervista telefonica di sabato 13 maggio 2017.

La vedova allegra è stata la sua prima e unica operetta?

Per forza perché l’operetta da sempre è vista come un’arte secondaria anche vocalmente. Quando Mauro Bolognini, con cui ho fatto Tosca, Madame Butterfly, Adriana Lecrouvrier con gotico e liberty, ha avuto questa idea della vedova, io avevo dei dubbi però siccome sono abbastanza curiosa ho detto: «Vediamo un po’». Ricordo che a Bologna in quel periodo stavano facendo una Vedova allegra siamo andati a vederla insieme a Mauro. Non era un granché devo dire. Io ero pessimista, allora lui ha detto: “Meno male che siamo venuti cosi io ho visto quello che non dobbiamo fare”. Ci siamo trovati in una compagnia ad alti livelli di lirica. C’era la Mazzucato che è una grande cantante, suo marito che è un importante cantante, Michael Welbye che era bravissimo, e poi c’era anche il mio Oren, che ho scoperto io.

Quindi dobbiamo dire grazie al grande Bolognini se lei ha accettato di fare un’operetta….

Sì, lui mi ha preso per la mano e mi ha portato su una nave sicurissima.

Questo allestimento ebbe sin da subito un grande successo?

Era veramente quasi una cosa imbarazzante perché la coda per prendere i biglietti girava due volte il teatro. Sulle gallerie io mi ricordo addirittura i manifesti! Evviva la Raina, Evviva Elio…una cosa incredibile! E mi ricordo che un grande direttore d’orchestra in quel periodo disse: “In un teatro dove trionfa l’operetta io non metto piede”, tanto per dire come era vista l’operetta. Studiandola e cantandola è proprio come un’opera. A me è piaciuta moltissimo, poi c’era un’esaltazione visiva, con le scene e i costumi stupendi. Anche come rapporti, era un gruppo meraviglioso di colleghi perché ci rispettavamo prima di ogni cosa, poi è venuto anche l’affetto, perché ognuno lo meritava reciprocamente. Sono nate delle amicizie che sono rimaste fino ad adesso, dopo tanti anni. Per la prima a Napoli Martone aveva fatto le scene, che poi è diventato un grande regista. Lì ho incontrato questo mostro di simpatia di Elio.

Come definirebbe il talento artistico di Elio Pandolfi?

Elio non è divertente solo sul palcoscenico come alcuni artisti. Lui è sempre divertente, sempre su di giri, sempre pieno di interessi, fa battute carine e atroci perché ha anche molto senso dell’ironia.

Mi ricordo che per la seconda versione a Roma Elio è arrivato con la canzone di Njegus che nessuno sapeva che esistesse. Quando la propose a Mauro Bolognini io ero lì, testimone vivente; Mauro disse: «Cosa ti sei messo in testa a cantare. Non si fa assolutamente». C’è stato un battibecco tremendo perché si sono insultati e si sono mandati a quel paese e molto di peggio. Dopodiché Elio gli disse: «Fammela solo provare». Mauro gliel’ha fatta provare e quando ha finito, noi colleghi siamo scoppiati in una tale ovazione, in un tale applauso che anche Mauro era veramente estasiato tanto che gli ha detto: «Vabbè dai, canta». Era bravissimo, una volta ci ha raccontato che aveva sognato tutta la vita di cantare. Mi ricordo questa discussione di fuoco con Mauro e poi lui ha proprio vinto e convinto con l’arte. Poi tutte le sere trasformava questa canzoncina, abbastanza modesta, in un trionfo. I risultati si sono visti e si vedono tutt’ora.Mauro Bolognini io ero lì, testimone vivente, Mauro disse: «Cosa ti sei messo in testa?! Non si fa assolutamente». C’è stato un battibecco tremendo perché si sono insultati e si sono mandati a quel paese e molto di peggio. Dopodiché Elio gli disse: «Fammela solo provare». Mauro gliel’ha fatta provare e quando ha finito, noi colleghi siamo scoppiati in una tale ovazione, in un tale applauso che anche Mauro era veramente estasiato tanto che gli ha detto: «Vabbè dai, canta». Era bravissimo, una volta ci ha raccontato che aveva sognato tutta la vita di cantare. Mi ricordo proprio questa discussione di fuoco con Mauro e poi lui ha proprio vinto e convinto con l’arte. Poi tutte le sere si trasformava questa canzoncina, abbastanza modesta, in un trionfo. I risultati si sono visti e si vedono tuttora.

 

Anna Mazzamauro

Attrice, ha recitato con Elio Pandolfi negli spettacoli di cabaret Fede, Speranza e Karatè (1973) e Ke Kukkagna (1973) nel suo teatro Il Carlino. Intervista telefonica di sabato 27 maggio 2017.

Qual è stato il percorso che l’ha portata ad allestire gli spettacoli con Elio Pandolfi?

Sono arrivata a Elio abbastanza preparata, e la parte seguente l’ha fatta lui. Recitare con Elio non era un semplice affrontare lo spettacolo. Era un prepararsi a un appuntamento serale di una certa importanza. Sai quegli appuntamenti in cui ti chiedi: “Come mi vesto?”; lui ha lavorato con Antonella Steni, non mi riguarda e non voglio giudicare, però fortunatamente per me era un periodo in cui si erano lasciati come due vecchi amanti. Allora io avevo questo teatrino, chiamato Il Carlino, dove volevo debuttare con un personaggio importante e per me quel personaggio era Elio Pandolfi perché non misuravo la sua grandezza attraverso gli spettacoli che aveva fatto con Antonella Steni ma per quello che era stata la sua storia, l’aver lavorato con Visconti ad esempio. Questo mi dava la misura di Elio Pandolfi. Per carità, anche io ho fatto spettacolini di poco conto, ma sono quelli che definiscono il tuo percorso e ti fanno capire cosa non è per te.

Sei stata tu a chiamarlo per questo spettacolo?

Sì, lo invitai a casa. Ricordo persino l’aperitivo che gli offrii. Lui era molto simpatico e avvenente nella sua semplicità. Se si è grandi come Elio non si può non essere semplici, per parlare ed arrivare agli altri e al pubblico bisogna far uso di un linguaggio vero, dunque semplice in quanto vero, non semplicistico.

Gli dissi “Ma lei è sicuro di accettare di voler recitare con me?” e lui scherzando si levò l’orologio e disse “lo lascio come ostaggio!”; ovviamente gliel’ho ridato.

Abbiamo cominciato con Castaldo e Faele allora i due mitici rappresentanti della rivista italiana, a livello Sistina per fare questo tipo di spettacolo dove il mio teatro era un Sistina in piccolo. La cosa buffa è che questo teatrino era gestito da tre mascalzoni. Uno era un avvocato, l’altro un disgraziato che forse non faceva nessuna professione perché stava sempre in galera, l’altro una specie d’impresario. Era un locale, pur avendo le sembianze di un teatrino perché aveva anche la galleria. Questo era un luogo dove questi tre adescavano i turisti che cercavano il piacere nella Roma e presentava loro in questo locale le tre prostitute. Io avevo intanto contattato e contrattato il prezzo di questo locale ma questi tre mi hanno detto che non potevano chiudere all’improvviso. Dunque cominciai i lavori di ristrutturazione di una metà del teatro e nell’altra dovevo consentire alle tre prostitute di continuare la loro professione.

Elio non sapeva nulla di questa situazione?

Elio mi chiedeva sempre quando poteva vedere lo spettacolo e io gli rispondevo che gli operai stavano lavorando! Lui carinamente, come tutte le persone intelligenti, non insisteva. Una sera, disperata, mi sono presentata nell’altra parte dove c’erano queste tre prostitute. Una era claudicante, perciò stava appoggiata al pianoforte, anche se sembrava una posa alla Marylin Monroe, l’altra aveva qualche dente soltanto davanti, e un’altra era sorda. In un momento di pausa, mentre i giapponesi consumavano, ho parlato con loro tre e gli ho offerto la possibilità di fare le pulizie al teatro, la prima claudicante ha risposto “Vabbè io ce sto”, l’altra sdentata farfugliava e la sorda urlava: “Che avete detto? Che avete detto?”.

Così arrivò il giorno del debutto; io la mattina ero andata a piangere all’EMPALS perché non avevo una lira, poi preparavo il sugo perché allora si usava dare nell’intervallo le penne all’arrabbiata con tanto peperoncino in modo che dopo potessero consumare al bar. Al pomeriggio facevo le prove. La sera mentre ero in camerino ho sentito una voce che diceva al cameriere: “Dov’è quella signora?”. Il capocameriere l’ha portato nel mio camerino. Si è presentato come quello che prendeva il 10% dalle signore. Era il pappone. L’unica proposta che mi veniva in mente era di fargli prendere il 10% dalle pulizie.

Che ricordo hai di quegli spettacoli?

Sono stati tre spettacoli stupendi. Io avevo recitato nei vari stabili con Albertazzi, ma ero un’attrice normale scritturata. Quella era la prima volta che io scritturavo e per di più un personaggio importante come Elio. Io non ho fatto accademia, per questo sono bravissima. Con Elio abbiamo dato il via a tre stagioni teatrali, si chiamava Ke kukkagna n. 1, 2, 3. Noi non siamo diventati amici, ci incontravamo sul palcoscenico e per me questo era l’importante. Io non credo nell’amicizia vera tra attori. Elio è una persona intelligente, non ha mai fatto pettegolezzi. L’appuntamento delle prove con lui lo aspettavo con gioia durante la giornata. Dopo quelle stagioni non abbiamo più lavorato assieme. L’ho rivisto in una sala di doppiaggio anni dopo, mi disse “complimenti per la carriera che hai costruito” e io lo abbracciai. Se si fosse trattato di un altro attore io non avrei accettato questa intervista; Elio rappresenta un angolo bello della mia vita in cui ho costruito la mia carriera.

 

Daniela Mazzucato

Soprano, ha lavorato con Elio Pandolfi in numerose operette, tra cui La vedova allegra, Sangue viennese e Parata di primavera. Intervista telefonica di sabato 20 maggio 2017.

Quando vi siete conosciuti con Elio Pandolfi?

Ne La vedova allegra, ma abbiamo fatto assieme anche Parata di primavera e Sangue viennese. Quando l’ho incontrato la prima volta, mi sembrava di conoscerlo da sempre perché è una persona così delicata e semplice.

Cosa ricorda del fortunato allestimento di Mauro Bolognini?

Rimarrà storica quella Vedova allegra. È stata una coincidenza meravigliosa di tutti i personaggi, che erano perfetti nel loro ruolo. C’era una linea meravigliosa di eleganza, il maestro Bolognini aveva voluto dei dialoghi divertentissimi, perché non è che per elevare l’operetta bisogna togliere il suo lato leggero. Molte persone non l’hanno capito. Bisogna ridere e sorridere, certo, con eleganza e con gusto.

I costumi sembrano essere fatti apposta per il personaggio, bellissimi. Siccome nella scena del cancan Raffaele Paganini mi faceva ruotare di 360 gradi, a Roma in quel periodo lì si diceva che ero un soprano ribaltabile!

Elio mi ha detto che lo spartito della Canzone di Njegus lo avete trovato lei e suo marito, Max René Cosotti…

Sì, lo abbiamo trovato a Londra, perché era stato scritto in aggiunta per un attore inglese. Non si trovava in Italia.

Com’è stato interagire sul palco con Elio?

Era prima di tutto imparare una leggerezza e un’eleganza veramente uniche. Elio è nato così, queste qualità sono veramente rare e spontanee, non c’è nulla di costruito in lui e questo è un insegnamento anche per chi, come noi, è nato nel mondo della lirica. Ci si arricchisce tantissimo. Unire i due mondi, quello della lirica e quello dello spettacolo, pochi lo hanno capito, non lo hanno apprezzato in molti.

Avere la soddisfazione di fare una buona battuta al comico, quest’ultimo riesce ad ottenere la sua risata, sono cose che mi riempiono il cuore. Sono molto felice aver fatto parte del mondo dell’operetta, un genere che merita rispetto e professionalità.

Elio è quindi l’esempio più calzante in questo senso…

Tanti attori hanno interpretato dopo Elio il ruolo di Njegus, però lui è insuperabile, perché poi ha una tenerezza, nella sua luminosità di stare sul palcoscenico e comunicare col pubblico. C’è in lui eleganza, simpatia, misura, sono tutte qualità che escono fuori in maniera naturale da lui, spontanee in una maniera meravigliosa. È una creatura speciale.

In seguito avete lavorato assieme varie volte…

Sì, oltre alle operette abbiamo fatto assieme anche serate di altro tipo. È stato un incontro bellissimo quello con Elio.

Si ricorda qualche aneddoto di Elio sul palco?

Quando lui portava il ruolo di Njegus a Roma, Napoli o Bologna, ci riservava sempre delle sorprese perché adattava delle situazioni, delle battute al luogo in cui ci trovavamo, in maniera leggerissima. Queste sono cose che si possono permettere solo i grandi. Era perfettamente inserito nel momento giusto; anche perché ci vuole orecchio, intuito per sentire il pubblico. Tutto in maniera naturale, era se stesso.

 

Brizio Montinaro

Attore, scrittore e antropologo, ha recitato con Elio nello spettacolo Elio, Elio, Elio…e gli altri (1967). Mi ha ricevuto a casa sua mercoledì 7 giugno 2017.

Quando è stato il primo incontro con Elio Pandolfi?

Ero ancora allievo del Centro Sperimentale e c’era Luciano Mondolfo, che allora era un regista di radio e teatro, colui che teneva un po’ le fila del teatro dei Gobbi, ed era mio insegnante a scuola. Pur non essendo ancora diplomato mi ha consentito di lavorare in uno spettacolo che si chiamava Una voce molto fa di Mazzucco; c’era un cast pazzesco: Elio, Bice Valori, Paolo Panelli, Francesco Mulé, Franca Valeri. Elio fu subito gentile anche perché io ero un ragazzino ed ero imbarazzato. Mi rimase nella mente perché di tutti questi fu l’unico ad avere questa attenzione nei miei confronti. Dopo abbiamo lavorato in uno spettacolo che si chiamava Elio, Elio, Elio…e gli altri e nell’89 abbiamo fatto Gli uccelli di Aristofane.

Com’era strutturato Elio, Elio, Elio…e gli altri?

Era la stagione 1967-1968. Avrei dovuto fare uno spettacolo con la regia di Franco Zeffirelli, con un cast pazzesco; Ferrati, Stoppa, Morelli… tutto andò in fumo ed Elio, che stava preparando il suo spettacolo, lo venne a sapere e mi propose di lavorare con lui. Era un colpo grosso perché sarebbe durato otto mesi e la mia era stata una scelta molto accurata tra Zeffirelli, Strehler e Visconti. Era uno spettacolo di cabaret molto leggero ma con un occhio, quello di Dino Verde, alla realtà. Quando accadeva qualcosa di importante, come l’arresto del bandito Mesina, gli autori scrivevano pezzi nuovi che la sera noi recitavamo. Sandra Milo aveva avuto una tresca con un produttore? Lo stesso giorno ne parlavamo anche noi, spiazzando il pubblico con molte soprese. Elio poi inventava sempre cose nuove, senza dirci niente!

Com’era interagire con lui?

Spesso ridevo perché era divertente. Lui voleva far ridere anche i colleghi. Ci siamo divertiti oltremisura, e in scena! Diceva sempre qualcosa che ci spiazzava. Siccome ridevo mi picchiava e io ridevo ancora di più! E il pubblico si divertiva.

Come è andata con Gli uccelli?

Gli uccelli è stato un spettacolo estivo in quasi tutti i teatri romani e greci. Abbiamo debuttato ad Agrigento, poi siamo stati a Pompei. Luoghi meravigliosi, Elio era divertentissimo. È difficile fare il proprio lavoro con Elio, perché improvvisa. La gente lo adorava, eravamo io, lui e Paola Tedesco. Ballavamo pure! Purtroppo non esiste una registrazione e neppure una foto assieme. Un tempo il teatro non lasciava traccia di sé, una volta finito lo spettacolo.

Come definiresti il talento artistico e la personalità di Elio?

Elio è estroso, può e sa far tutto. Qualsiasi cosa abbia fatto l’ha fatta bene perché lui è attore per nascita. Lui ha una passione: far ridere. Con Elio non si può mai stare tranquilli. Lui è un personaggio straordinario. La particolarità di Elio, rispetto a tutti gli altri attori, è che Elio risponde esattamente alla visione che ha il pubblico di lui; mentre ci sono dei comici che nella vita sono pessimi, odiosi, non vedi l’ora di abbandonarli. Lui ama divertire anche quando non lo pagano, cioè nella vita. Gli dà una gioia immensa far ridere gli altri. È un caso raro nello spettacolo. Poi è un attore estroso, molto versatile, nel senso che ha fatto di tutto, molti spettacoli comici ma anche doppiaggi drammaticissimi. C’è il suo Bela Lugosi di Dracula che è eccezionale. Lui nasce per essere attore, glielo dice la madre. Ha vissuto in una scuola, di cui aveva la planimetria nella mente e ce l’ha ancora adesso! Riuniva gli amici in un’aula, prendeva i gessetti e raccontava i film disegnandoli! Poi tutti i filmini che ha fatto…era una passione a tutto tondo. Inoltre ha praticamente dato forma umana ai suoi mali, con i quali lui dialoga e gli fanno compagnia. E parlandoci poi sta meglio. Vorrebbe far ridere anche il male! È unico e straordinario. Non ci sono altri attori che io conosca che hanno questa spinta così ironica. Impara testi come se dovesse cominciare la sua carriera oggi, perché deve tenere allenata la sua memoria.

 

Gigi Proietti

Attore, ha recitato con Elio Pandolfi in Alleluja brava gente (1970). Intervista telefonica di domenica 11 giugno 2017.

È stato in Alleluja brava gente che ha conosciuto Elio Pandolfi?

Sì è stato lì ed ho un po’ di rimpianti perché non ci siamo mai frequentati tanto al di fuori dello spettacolo. Io mi sono inserito lì dentro a cose già organizzate. Lui era molto gentile e disponibile. In scena non ricordo se avevano interazione i nostri personaggi.

Pandolfi è stato utilizzato sempre poco nella commedia musicale di Garinei e Giovannini. Qual è il motivo secondo lei?

Elio è un attore molto duttile, può fare qualsiasi cosa, però purtroppo passa per un caratterista, e purtroppo la cultura teatrale italiana non gratifica molto i caratteristi. Poi ci saranno state anche delle sue scelte. Credo assolutamente che avrebbe potuto essere sfruttato molto di più. Lui aveva un suo mondo che veniva anche dalla radio. Io allora cominciavo, lui era invece già un attore famoso, col suo applauso. Il pubblico lo ha sempre molto amato, anche perché era molto popolare grazie alla compagnia con la Steni.

Come definirebbe il talento artistico di Elio Pandolfi?

Ho grande stima per il suo talento di attore, la sua duttilità e sensibilità. Lui è straordinario, anche nel doppiaggio drammatico, una gamma espressiva notevolissima. Ci siamo visti un paio di volte con un suo amico che si chiama Enrico Ostermann, che erano tutti e due melomani e amanti della lirica.

 

Carlo Reali

Attore, ha lavorato con Elio Pandolfi in doppiaggio e in operetta. Mi ha ricevuto a casa sua sabato 20 maggio 2017.

In quali spettacoli avete lavorato assieme tu ed Elio?

Con Elio abbiamo fatto tre operette: Parata di primavera, La vedova allegra e La principessa della ciarda. Quest’ultima era l’anno della strage di Capaci in cui morì Falcone. Noi abbiamo sentito il pavimento dell’albergo spostarsi. Elio è stato un compagno straordinario, ci siamo divertiti come dei pazzi; lui è un compagno generosissimo, tanto che mi ha fatto cantare in passerella un pezzo insieme a lui al Teatro di Verdura di Palermo.

Con Elio vi conoscevate già da prima?

Sì, parecchio tempo prima. Io andavo sempre a vederlo alla Casina delle Rose quando faceva gli spettacoli con la Steni. Erano i miei primi anni a Roma. Loro erano meravigliosi in quegli spettacoli. Ancora prima alla radio, poiché lui faceva parte della Compagnia di Teatro di Rivista. Elio era attore fisso e aveva uno stipendio, io ero un poveraccio che veniva chiamato ogni tanto. Si andava solo in diretta, come in televisione, ricordo che stavamo seduti 15 giorni a tavolino e c’è qualcuno che ci ha lasciato la vita per la paura!

Com’è stato lavorare al doppiaggio con Elio?

È stato moltissimi anni fa. Lui doppiava la serie Charlie Chan ed io venivo chiamato ogni tanto da qualcuno per fare un personaggino qua e uno là.

Elio mi ha detto che sei tu che lo aggiorni quando ahimè viene a mancare qualche vostro collega…

Io a mia volta vengo aggiornato da Aurora Cancian! Bisogna avere ironia anche in queste circostanze, tanto dobbiamo andarcene via tutti prima o poi!

Come definisci il talento artistico e la personalità di Elio?

È una persona stupenda. Io non l’ho mai visto depresso, sempre attivo e allegro. Vorrei andare a trovarlo più spesso ma insegnando ai ragazzi disabili a volte non ho il tempo. Un giorno, eravamo a Palermo con La principessa della ciarda, siamo andati a Mondello a fare il bagno; lui si era spinto a largo in moscone e urlava in mezzo al mare! E tutti lo sentivano. Che risate. Un’altra volta eravamo in albergo e ricevo una sua telefonata: “Corri qui c’è un mostro!”, c’era un geco nella sua stanza, era spaventato da morire. Un’altra volta andammo alle catacombe dei Cappuccini, a Palermo, andò via la luce ed Elio si mise a imitare la voce dei morti! Elio era un continuo di battute, lui vuole farti ridere a tutti i costi.

 

Marco Scolastra

Pianista, da 16 anni accompagna Elio Pandolfi nei recital degli anni Duemila, tra i quali Operetta mon amour, Le vispe Terese, Er lupo mannaro. Ci siamo incontrati a Roma, il giorno successivo al suo concerto con l’Orchestra del Wiener Concert-Verein, nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza, il 31 maggio 2017.

Elio dice di averti traviato con l’operetta…

Sì, lui fa lo sketch di quando ci siamo conosciuti; dice che facevo il sostenuto ma non è vero. Io poi non sono d’accordo nella distinzione musica seria e musica leggera perché accompagnare un’operetta è impegnativo quanto accompagnare qualunque altra opera. Anzi! Per accompagnare l’aria di operetta, e qui ho avuto tre grandi maestri, Raina Kabaivanska, Daniela Mazzucato ed Elio, bisogna avere molta più prontezza, perché improvvisano spessissimo. Il cantato è di frequente un recitar cantando e allora qualche volta alla parola danno un rubato diverso; devi pendere dalle loro labbra. Quando Elio canta l’aria di Orlofsky mette in risalto la parola, come fanno i grandi artisti, e ci mette quella frazione di secondo in più del metro che dovrebbe essere. È un genere più leggero, ma neanche, forse quella italiana, che secondo me è la peggiore.

Elio ha fatto un ruolo difficilissimo in opere, quello di Spallanzani ne I racconti di Hoffmann, lui l’ha imparato ascoltando il disco!

Come è nato il vostro sodalizio artistico?

È nato tutto per gioco. Io non lo conoscevo bene prima, ero molto giovane. Oltre a Pierino e il lupo si faceva Il carnevale degli animali. Non mi ricordo la prima reazione dopo che mi propose di lavorare assieme ma sicuramente ero molto sorpreso. Rimasi subito impressionato dalla sua bravura e imprevedibilità. Lui ammirava la mia tecnica. Il primo concerto lo abbiamo fatto in Puglia al castello di Trani, era Operetta mon amour, portato in scena più di cento volte. Lui è un grande professionista, sa già cosa funziona e cosa no, questo anche grazie ai suoi maestri, primo su tutti Visconti.

Che tipo di collaborazione è la vostra?

Elio è pigro e non è molto razionale, è fantasia, creatività assoluta. Bisogna un po’ arginarlo, fare le scalette. Elio ha le idee musicali e le preferenze, indica i brani, io magari posso dirgli cosa è meno realizzabile, ma è raro. Lui va molto a braccio, ma io gli scrivevo tutto e lui dopo mi era molto grato. I nostri spettacoli sono sempre stati fatti con i copioni. Nel caso di uno spettacolo che abbiamo fatto su Rossini, gli ho scritto un testo interpellando un esperto in materia. Elio non è regista, Elio è solista. Non ama tanto coordinare, sapendo questo ho imparato a scrivergli la sua parte. Ama molto avere il copione perché si sente protetto. Ci sono artisti che sono cameristi e altri, come lui, solisti.

Com’è Elio sul palco?

Elio ama che il pubblico applauda. Noi musicisti amiamo la purezza a prescindere dal successo di pubblico. Elio invece, se un pezzo non funziona lo cambia, perché la prima cosa è l’applauso. Ed è giusto, perché nella sua performance c’è un atto creativo pazzesco e vuole essere gratificato, è nato per quello. Il pubblico ha un’accoglienza bellissima ogni volta. Purtroppo in Italia l’operetta non è fatta bene; anche perché non c’è stata una solida tradizione. Elio e Daniela Mazzucato, ad esempio, sono delle mosche bianche.

Come definiresti il talento artistico di Elio?

Nella ritmica di Elio c’è quel quid indefinito di talento, che non puoi spiegare ma che fa la differenza. Tanti cantanti hanno cantato l’aria di Njegus ma nessuno come Elio. Per cantare l’operetta bisogna essere artisti, avere piccole improvvisazioni, non è più solo tecnica. Elio è nato con un senso musicale e ritmico mostruoso. L’arietta della gallina di Offenbach è difficilissima; l’abbiamo fatta innumerevoli volte ma non c’è stata una volta che non gli sia venuta. Quello che mi impressiona ogni volta è che Elio non sbaglia mai, è sempre perfetto. Poi ha ascoltato sin da piccolo una marea di musica lirica e questo gli è rimasto dentro. A volte gli ho insegnato la parte, ma dopo due o tre volte lui la sapeva. Elio è camaleontico, è nero e bianco. Lui e Paolo Poli sono stati i più grandi attori d’operetta. Lui è nel salotto di casa come sulla scena e viceversa. Lui è nato artista, vero sempre; come dice lui “attori si nasce”. Lui è consapevole della sua bravura senza tirarsela. A Zurigo io suonavo Liszt e lui recitava la Divina Commedia, poi poesie di Verlaine e tantissime altre. Elio mi ha dato quell’improvvisazione, quel carisma, che deriva solo da chi sa usare bene la parola, che io ho trasportato anche nella musica che suono altrove. Si approccia sempre in maniera perfetta a qualunque cosa faccia.

Quale spettacolo ricordi con più affetto?

Operetta mon amour è certamente quello più “vissuto” ma ricordo con affetto anche Er lupo manaro con i sonetti del Belli.

Qualche aneddoto divertente dei vostri spettacoli assieme?

Ho riso tanto con Elio, sul palco mi ha fatto fare certe figuracce! Un giorno eravamo a L’Aquila; a lui piace il dialetto della mia città, Foligno. Ha recitato La vispa Teresa in folignate! Io comincio a ridere e ad abbassarmi, lui se ne accorge e inizia a ridere! Non riuscivamo più a continuare lo spettacolo! È un mostro di talento e di vita! Elio è una persona che mi ha dato tanto, mi ha dato la dimensione del reale e della semplicità. È una delle poche persone che mi ha fatto capire cos’è la professionalità, la correttezza, poi è un gran signore, rispetta gli altri e le persone umili, è buonissimo. È raro negli artisti che spesso sono egoisti. Sono stati 16 anni bellissimi.

 

Pino Strabioli

Conduttore e attore, ha ospitato più volte Elio Pandolfi nelle sue trasmissioni e ha accolto il recital Le vispe Terese della coppia Pandolfi – Scolastra al Palazzo Santa Chiara di cui era direttore artistico, nel 2012. Mi ha ricevuto al Museo Pietro Canonica durante le prove di un suo recital sabato 20 maggio 2017.

Nel 2016 ha presentato con Enrica Bonaccorti la serata La tua amata operetta, dedicata a Sandro Massimini, dove Pandolfi è stato premiato per la sua carriera in operetta. Come nasce il suo coinvolgimento a quella serata?

Io non sono un appassionato di operetta, mi diverte e credo sia un bellissimo incontro tra la grande opera, la prosa e il teatro. Il mio rapporto con l’operetta, forse sembra ossessivo, è sempre legato a Paolo Poli che è quello che considero il mio maestro, è colui con cui ho fatto teatro, televisione e ci ho scritto un libro assieme, per cui Al cavallino bianco con Paolo Poli era una meraviglia. Quando la televisione in bianco e nero ci dava questa immagine di questo essere… questo è il mio primo ricordo dell’operetta. Ho fatto per un anno Uno mattina dove c’era uno spazio dedicato all’operetta e venivano vari cantanti. Elio è il maestro dell’operetta, secondo me è uno dei simboli di questo genere.

Ha mai avuto modo di vederlo sul palco?

Vidi una Vedova allegra. Ricordo soltanto Elio. Un catalizzatore, il Njegus per antonomasia anche perché lui davvero incarna quella gentilezza, l’evanescenza, la spensieratezza e la bravura perché poi bisogna essere tecnicamente bravi perché non è che l’operetta è minore dell’opera, bisogna anche uscire da queste classifiche di serie A e serie B.

Ha ricordi di Elio Pandolfi nella TV di quando era bambino?

Ma certo, io ho condotto per dieci anni un programma che si chiamava Cominciamo bene prima e dunque i miei ricordi della coppia Pandolfi-Steni arrivavano dall’infanzia. Poi quando l’ho avuto molte volte ospite ho rivissuto e rivisto con lui quelle pagine di televisione. Elio è un personaggio talmente particolare, alla stregua di Paolo Poli, appunto, che non li puoi dimenticare perché quando arrivano loro, arrivano con la loro personalità così rara che non la puoi dimenticare, unici.

Come vi siete conosciuti?

Io lo stimavo, lo ammiravo, per me era uno dei punti di riferimento. L’ho conosciuto grazie al mio lavoro e ad amici comuni come Flora Mastroianni, Rossella Falk.

Lei è uno dei pochi che dedicava spazio in televisione ai grandi artisti del Novecento. Pensa che ci sia ancora modo di ospitare grandi artisti come Pandolfi?

Ad oggi è sempre più difficile. Elio è anche un po’ arrabbiato con me perché io ho fatto un ciclo di trasmissioni dedicate ai più grandi, ed Elio non era tra questi otto grandi ma non perché lo considerassi il nono ma perché poi non ce n’è stato un altro ciclo. Mi è dispiaciuto molto non avergli dedicato una puntata come ho fatto per Dario Fo, Franca Rame, Paolo Poli, però come vedi gli ho allungato la vita. Per cui bisognerebbe trovarlo lo spazio, ma la Rai ha totalmente perso la sua missione, questo paese rinnega la sua memoria io invece lotto per fare il contrario.

Dirige ancora la stagione di prosa del palazzo di Santa Chiara dove ospitò il recital Le vispe Terese?

Purtroppo non più. Al palazzo Santa Chiara ospitammo un bellissimo spettacolo con Elio. Secondo me dovremmo farla una serata dedicata a lui anche perché Elio quando racconta ti incanta. Elio oltre ad essere un attore, cantante, doppiatore è un collezionista di memorie. Elio ha un forziere di ricchezze, ha i filmini con Paolo Panelli, Marcello Mastroianni, Nora Ricci; ha delle chicche meravigliose.

Che ricordo ha di quell’evento?

Quando arriva Elio arriva la leggerezza. Non è mai vecchio Elio anche quando racconta cose che sembrano del neolitico. Anche perché lui ha avuto una vita così lunga e ha ricordi molto lontani nel tempo. È meraviglioso quando ti fa il tram che lo portava in accademia insieme a Rossella Falk o quando ti fa la gallina o quando ti racconta delle passeggiate nei corridoi della sua scuola dove i suoi genitori erano custodi. Non ha mai perso questa sua appartenenza “normale”. Per cui ho un ricordo della piacevolezza, dove c’è Elio sembra sempre di stare a casa. Un anno fa eravamo a casa di Giuffrè e ci ha regalato una serata di suoi racconti e poi Elio è colui che rifà la voce della Magnani ed è leggendario poiché la doppiò in un anello una volta che lei non poteva.

 

Lina Wertmüller

Regista e sceneggiatrice, conosce Elio Pandolfi dai tempi dell’Accademia e lo ha diretto nei film Ferdinando e Carolina (1999) e Peperoni fritti e pesci in faccia (2004). Mi ha ricevuto a casa sua mercoledì 24 maggio 2017.

 

Da quanto tempo conosce Elio Pandolfi?

Lo conosco da innumerevoli anni. Era il ‘46 credo, eravamo nelle mostre rispettive accademie. Io ero alla Sharoff, legata soprattutto al metodo Stanislavskij lui era all’accademia di D’Amico, più legata all’insegnamento di Copeau. Sono due sistemi diversi di approcciarsi alla recitazione. Il metodo Stanislavskij era più introspettivo, quello di Copeau, in parole povere, era più esteriore. Fu tramite la mia grande amica Flora Carabella che conobbi Elio e diventammo amici.

Elio ha un grandissimo archivio video in cui figura anche lei, un’estate a Fregene.

Sì, andavamo assieme al mare io, Flora Mastroianni, Tino Buazzelli, Carlo Giuffré. Eravamo un bel gruppo, mi resta un bellissimo ricordo di quelle estati.

Oltre ai filmini privati, Elio amava anche produrre dei veri e propri film in 8mm, che Visconti considerava impeccabili dal punto di visto del linguaggio filmico.

Sì, c’è quello delle suore, lui lo girava e lo montava, era proprio appassionato. Oggi come allora sta molto avanti, è sempre stato tecnologico.

Lei lo ha diretto in due film: Ferdinando e Carolina e Peperoni ripieni e pesci in faccia. Come è stato lavorare con lui?

Elio è un grande attore nonché una persona squisita, per cui è stato un piacere oltre che un divertimento.

Un attore come Elio è stato adoperato molto poco nel cinema, escludendo il doppiaggio. Perché, secondo lei?

Perché il cinema spesso è distratto anche dalle mode. È un peccato per il cinema.

Come definirebbe il talento di Elio Pandolfi?

Elio è un personaggio a tutto tondo, lui è veramente bravo a far tutto, recitare, cantare, ballare… Ha fatto tutto e sin da subito. Già in accademia era così. Poi sa far ridere, con lui si trascorrono momenti sempre felici e allegri. Avrebbe dovuto essere adoperato maggiormente in qualunque ambito artistico, televisivo, cinematografico e teatrale.

In quale campo secondo lei spicca maggiormente la bravura di Pandolfi?

Lui è un attore completo, quindi va bene da tutte le parti. L’ho visto sul palco de La vedova allegra di Bolognini ed era perfetto nel suo ruolo. In più è una persona che si è fatta amare da tutti.